L’Idealismo tedesco, può essere considerato un’espressione dell’Umanesimo?
Ad una filosofia che non si accontenta di spiegare il finito e il contingente, ma che punta all’infinito e all’assoluto e questo percorso verso l’infinito coincide con il cammino della coscienza e della realtà umana, è indubbio che non si possa negarne il suo fascino da un punto di vista dell’umanesimo. Soprattutto poi se si pensa che questa filosofia non è altro che l’affermazione della coscienza, vera e propria creatrice del reale, e che l’infinito ha una forte connotazione antropocentrica.
Tuttavia, l’umanesimo che provo a promuovere non mette al centro una coscienza infinita, che si configura come una realtà umana priva della sua concretezza esistenziale. La mia attenzione va soprattutto alla persona, all’individuo concreto, che vive un rapporto concreto con la sua dimensione sociale. La centralità è sull’esistenza della persona con i suoi sentimenti, bisogni, aspirazioni al benessere e alla felicità. Ciò, a mio parere, è ben diverso dall’umanesimo così come si presenta nell’idealismo tedesco.
Questo articolo non ha l’obiettivo di spiegare la filosofia dell’idealismo tedesco, che ha i suoi massimi esponenti in Fichte, Schelling e Hegel, che non hanno certo un pensiero uniforme, ma con un punto in comune nella tensione verso l’infinito e l’assoluto. Il punto è trovare i punti di consonanza e dissonanza tra il pensiero di questi grandi filosofi e l’umanesimo che si cerca di promuovere in questa sede. In poche parole, il rapporto tra l’idealismo tedesco e il Nuovo Umanesimo.
Dialettica hegeliana e materialismo storico marxista
Uno dei modi con cui si identifica il procedere del pensiero idealista è sicuramente quello dialettico, soprattutto inteso come dialettica hegeliana. Questo grande tema è importante se teniamo conto l’influenza che questa ha avuto sul marxismo e sulla dialettica storica o materialismo dialettico di Marx ed Engels. Sia la dialettica hegeliana che quella marxiana, se interpretate in maniera deterministica e dogmatica, sono difficilmente conciliabili con un’ottica neo-umanistica.
È noto, lo abbiamo appena scritto, come l’interpretazione dialettica dei processi storici tipica del pensiero marxiano adulto sia tributaria della dialettica hegeliana. Quest’ultima, con tutti i limiti delle sintesi semplificatorie, si può definire come il percorso della storia del pensiero umano dal concetto astratto di essere, fino al suo sviluppo concreto nella realizzazione dello Stato e della filosofia dello spirito, che coincide con la filosofia idealistica di Hegel. Un percorso che va dall’astratto, al concreto e infinito. Per concreto non dobbiamo però pensare allo svolgersi dell’esistenza concreta della persona, della coscienza, o degli enti mondani, piuttosto al dispiegarsi dell’idea dal suo astrattismo alle sue manifestazioni concrete nello sviluppo della storia e nell’evoluzione del pensiero. In sintesi, il dispiegarsi del pensiero nella storia (ma anche il suo sviluppo logico) è un’evoluzione verso la concretezza per il semplice fatto che per Hegel pensiero razionale e realtà coincidono.
Ciò che è razionale è reale; e ciò che è reale è razionale
Hegel – Prefazione a Lineamenti di filosofia del diritto
Nella Fenomenologia dello Spirito il percorso dialettico del pensiero hegeliano segue il cammino della coscienza nel suo svolgersi verso l’autocoscienza e lo spirito assoluto. Si tratta di un’opera indubbiamente affascinante di un Hegel ancora giovane ricca di suggestioni o, come le chiamava lui, di figure, come la coscienza infelice e la dialettica servo-padrone (o signoria-servitù); quest’ultima interpretata da molti esegeti del pensiero hegeliano come un’anticipazione del pensiero socialista o, almeno, come una celebrazione della dignità del lavoro. Sia quel che sia, l’opera giovanile si presta alle interpretazioni più varie e la dialettica hegeliana sembra quasi anticipare per certi versi anche la filosofia esistenzialista.

Ben diverso il quadro in cui si evolve il pensiero dialettico hegeliano nella maturità del nostro autore. Qui la dialettica sembra essere più vincolata a svolgere il cammino del pensiero verso esiti deterministici, sia perché la famosa corrispondenza totale tra reale e razionale porta ad una accettazione del mondo così com’è, in contrapposizione col pensiero illuministico che aspirava al mondo come dovrebbe essere, sia perché questo percorso dialettico porta ad una forma di statalismo totalitario.
Certo, bisogna anche aggiungere che il determinismo e il giustificazionismo hegeliani non sono l’unico modo di interpretare il pensiero dialettico, che per sua natura, può benissimo essere adottato per sostenere posizioni più aperte e progressiste.
Infatti, tra gli epigoni di Hegel, soprattutto se ci riferiamo alla “sinistra hegeliana” e a Marx, la dialettica ha sostenuto una ben diversa versione del mondo. In particolare il marxismo ha elaborato la teoria del materialismo dialettico, una specie di ribaltamento della dialettica hegeliana che, invece che procedere seguendo il cammino del pensiero fino all’affermazione dello spirito assoluto, spiega l’evoluzione storica nei termini di una contrapposizione tra le classi sociali, in cui si afferma quella che detiene in controllo sui mezzi di produzione. In poche parole, il percorso dialettico marxista non segue la strada del pensiero, ma quello delle condizioni materiali dell’uomo. Il pensiero non fa altro che seguire la dialettica materialista in quanto, secondo Marx, è la struttura economica e materiale di una società a determinare la sovrastruttura culturale. Interessante vedere in questo la corrispondenza con il rapporto tra potere e sapere nel pensiero di Foucault.
Per quanto questo tipo di interpretazione della dialettica hegeliana avesse il fine di sostenere da un punto di vista teorico il cammino dell’umanità verso la liberazione delle classi sociali subalterne tramite l’affermazione del comunismo, è indubbio che anche il materialismo dialettico marxista abbia avuto esiti dogmatici, o almeno, nell’applicazione pratica è stato interpretato in maniera dogmatica. Così una filosofia della liberazione è diventata, alla prova dei fatti se pensiamo ai regimi comunisti così come si sono realizzati, l’opposto di quanto si proponeva di fare. In molti casi il marxismo ha purtroppo dato vita a feroci dittature e, nel caso di quella stalinista, ad un vero regime totalitario.
Tuttavia, sia la dialettica hegeliana che quella marxista possono benissimo sostenere visioni del mondo più aperte che portano l’evoluzione storica umana verso sistemi politici più liberi e democratici, soprattutto se si abbandonano le pretese scientifiche e deterministe. Mi riferisco in particolare al pensiero giovanile di Marx, che è ancora un valido strumento per comprendere le dinamiche economiche del capitalismo e per proporre alternative al pensiero unico neoliberista.
Filosofia del limite kantiana e filosofia dell’illimitato idealista
Finito e infinito, limite e superamento di ogni limite, uomo come legislatore delle leggi della natura e uomo come creatore del reale. In questi semplici dualismi si può grossolanamente spiegare il rapporto tra il pensiero di Kant e quello degli idealisti tedeschi. La famosa rivoluzione copernicana di Kant era il modo per uscire dagli esiti scettici dell’empirismo di Hume. La soluzione kantiana consisteva in un ribaltamento della prospettiva gnoseologica dalla realtà verso la coscienza. Quello che intendeva Kant è che le leggi della natura, come il rapporto causale tra le cose, non risiedono nella realtà esterna, ma nelle strutture della percezione e del pensiero e che tali strutture fossero comuni a tutti gli uomini. Questa spiegazione del rapporto tra conoscenza umana e realtà aveva però un limite: spiega i fenomeni, cioè come la realtà si mostra alla nostra percezione e come tali fenomeni sono organizzati secondo categorie dal pensiero. Ogni rimando a cosa potesse nascondersi dietro i fenomeni, cioè i noumeni, ovvero la cosiddetta realtà in sé, era precluso alla conoscenza umana che avesse qualche pretesa di scientificità. Il mondo dei noumeni veniva ripreso nel discorso morale che non poteva stare in piedi senza presupporre il libero arbitrio, l’esistenza e l’immortalità dell’anima e l’esistenza di Dio come garante della felicità delle scelte morali. Ma, se dobbiamo rimanere a ciò che possiamo conoscere scientificamente, il nostro limite, secondo il pensiero kantiano, è il mondo fenomenico.

A questa filosofia fanno riferimento gli idealisti tedeschi, che però non si accontentano del limite e cercano di superarlo. Il pensiero degli idealisti supera il mondo fenomenico per accedere a quello noumenico, cioè della realtà in sé. E non basta: pur accettando il ruolo della coscienza così come era stato stabilito da Kant, operano un superamento della prospettiva kantiana dell’io penso come legislatore delle leggi della natura. Qui faccio riferimento soprattutto al rapporto tra io e non io della filosofia di Fichte, dove l’io pone in non io, cioè la realtà è una creazione della coscienza. Ora, non è questa la sede per spiegare cosa intendesse Fichte per io, la discussione è ancora aperta, ma è chiaro che il rapporto tra coscienza – che sia una coscienza individuale o collettiva o una realtà pensante superiore – e realtà è di dipendenza della realtà dalla coscienza. Il pensiero successivo di Schelling vedeva un recupero del ruolo della natura, quello di Hegel quasi una sintesi tra il pensiero fictiano e quello di Schelling. Tuttavia è indubbio che l’impianto fondamentale della filosofia idealista sta in questo rapporto tra pensiero e realtà. Sicuramente si tratta di una visione antropocentrica e molto suggestiva del reale, tuttavia è difficile capire in questo sistema il ruolo che ha l’esistenza individuale della persona concreta.
Conclusioni
Questo è un po’ il quadro del pensiero idealista tedesco. Sembra difficile che possa avere una qualche utilità per sostenere un Umanesimo legato non tanto ai massimi sistemi, ma all’esistenza concreta, individuale e sociale, per dare risposte alle condizioni materiali e spirituali dell’uomo in carne ed ossa. Tuttavia le suggestioni di questa filosofia sono per certi aspetti ancora attuali in vari campi. Nel campo della cosmologia, intesa come una branca della fisica, tra le varie idee per spiegare origine ed evoluzione dell’universo, una di queste, sostenuta da fisici autorevoli, è il principio antropico. Si tratta di una teoria che cerca di spiegare, in chiave quasi finalistica, come tutta una serie di valori delle costanti e delle leggi che regolano il funzionamento dell’universo sia a livello macro (come la legge di gravità), sia a livello delle particelle elementari, sono regolati in maniera così fine che se fossero stati anche solo leggermente diversi, non si sarebbe vista la comparsa dell’intelligenza e di un osservatore cosciente. Naturalmente questa teoria è molto dibattuta e respinta da molti fisici. Ma, nonostante ciò, gode ancora di un certo credito nel mondo accademico e della ricerca cosmologica.
Non basta. In questi ultimi anni ho riscontrato anche l’emergere di approcci alla psiche umana e al rapporto dell’uomo con il mondo in chiave olistica. Si tratta di un modo di vedere la struttura della realtà in cui la coscienza, il mondo corporeo, spirito e materia, sono strettamente connessi. Non si tratta di elementi separati, ma di un insieme in cui non si può isolare una parte dal tutto senza che se ne perda la sua funzione e il suo senso. Questa teoria sarebbe anche supportata dagli sviluppi più recenti della meccanica quantistica.
A questo punto, forse la visione del mondo degli idealisti, una coscienza collettiva creatrice della realtà, una connessione tra individuale e universale, tra finito e infinito, non è del stata superata del tutto può ancora essere attualizzata alla luce degli ultimi sviluppi del pensiero in vari i campi del sapere.
