Il potere delle parole quale strumento di affermazione del pensiero unico neoliberista
La quotidianità ci porta a usare le parole in modo automatico, cioè senza riflettere sul loro significato profondo, sul concetto che comunicano e soprattutto sulle conseguenze di questo modo di usarle. Normalmente l’uso che ne facciamo è allineato con il senso comune che poi è anche solidale al sistema economico e sociale in cui viviamo.
Tutto ciò è anche normale, non possiamo soffermarci in continuazione ad analizzare il significato e il reale uso delle parole nella quotidianità, anche quando questo uso è distorto da scopi che non sono sempre in buona fede. Un certo grado di omologazione (Heidegger aveva usato il termine deiezione – Verfallen) è inevitabile per lo scorrere di una vita normale.
Tuttavia, alzare il livello di consapevolezza sull’uso delle parole ci aiuta a comprendere quanto siano funzionali a sostenere l’ideologia dominante, il pensiero unico neoliberista. Fare un lavoro di analisi sui significati ci permette di smascherare la vera funzione che hanno le parole nel sostenere un sistema di potere.
Una rivoluzione culturale
Questo lavoro di svelamento non porta solo a un grado più alto di consapevolezza, che è già un grande risultato, ma può anche avere conseguenze pratiche, in un’ottica di lungo periodo. Può stimolare un cambio culturale e una diversa scala di valori. Ho trovato particolarmente interessante e originale il pensiero dell’ex presidente uruguaiano José Pepe Mujica, recentemente scomparso. La sua idea è che possiamo stimolare cambiamenti nella società intervenendo sulla sovrastruttura culturale, mettendone in discussione i valori riportando al centro la dignità della persona.

Mujica parte dal presupposto che ogni sistema di potere generi una cultura funzionale ai propri interessi. In fondo si tratta di quello che Marx individua nel rapporto tra struttura e sovrastruttura. Secondo la dottrina marxista, la struttura, cioè l’insieme delle condizioni materiali e dei rapporti di forza della produzione di una data società, determina la sovrastruttura culturale. Intervenendo su questi rapporti di forza e sulle condizioni materiali della società, con il passaggio dalla proprietà privata dei mezzi di produzione al comunismo, si va a cambiare anche la sovrastruttura culturale e ideologica della società capitalistica, liberando l’uomo dallo sfruttamento.
Il rapporto tra struttura e sovrastruttura è stato affrontato da un punto di vista diverso anche da Michel Foucault, filosofo francese che sostiene la tesi che non è il potere a dipendere o essere determinato dal sapere, ma piuttosto l’opposto: il potere determina il sapere.
Provare a smascherare il vero significato delle parole, così come vengono usate dalle élite al potere politico ed economico, è già un atto di espressione della libertà.
Mujica, per il suo passato da guerrigliero Tupamaro, appartiene alla cultura marxista, ma ha sottoposto questa dottrina a una parziale revisione, facendo anche autocritica per l’inefficacia che questa dottrina ha dimostrato nell’applicazione pratica. L’errore è stato di pensare di modificare la società capitalista cercando di cambiare i rapporti di forza tra le classi sociali del sistema produttivo. Provare a modificare la struttura materiale della società è stato un fallimento, ma allora perché non provare a fare il percorso inverso? Se provassimo a mettere in discussione la cultura prodotta dal sistema capitalistico neoliberista con la sua scala di valori proponendone una nuova o almeno mettendo in evidenza i punti deboli, quelli che portano alla disumanizzazione dei rapporti sociali?
Dalla teoria alla prassi
Quello che vorrei provare a fare è mettere alla prova l’idea originale del politico uruguaiano. Uno degli strumenti, tra i meno appariscenti, che costituiscono la struttura della cultura dominante, è l’uso delle parole. Perché se ne utilizzano alcune al posto di altre, perché si usano con una certo significato o con una certa interpretazione che sembrano neutri ma non lo sono, che tipo di concetti stanno dietro le parole. Una volta fatto questo lavoro di svelamento, sarà più facile comprendere quanto la consapevolezza che possiamo avere su come le parole siano usate comunemente in maniera funzionale a sostenere la cultura dominante sia già un primo passo verso il cambiamento culturale.

Ora forse con una serie di esempi sarà più facile capire il ragionamento che vorrei proporre. Cioè proviamo a mettere in pratica la teoria appena esposta.
Consumismo
Il primo termine è un tributo al pensiero di Pepe Mujica. Si tratta di uno dei capisaldi, una chiave di volta che sostiene l’economia capitalista e che ho trattato in un altro articolo. Normalmente associamo il consumismo, cioè l’acquisto di beni di consumo, con le risorse economiche necessarie per l’acquisto di questi beni. Talvolta riflettiamo sulla reale necessità che questi consumi soddisfino dei reali bisogni. Ma il marketing opera un’azione di persuasione efficace nell’indurre bisogni sempre nuovi. Il cambio di paradigma culturale che propone Mujica è associare al consumismo il tempo necessario per guadagnare il denaro che serve per l’acquisto di beni di consumo. Tempo spesso sottratto dall’occuparsi di ambiti della vita personale e sociale più importanti. Visto in quest’ottica il consumismo appare in una luce diversa.
Interessi generali, interessi particolari
Bisogna fare attenzione quando le élite al potere parlano di interessi generali contrapponendoli a quelli particolari. Per interessi particolari intendono via via quelli di particolari categorie di persone. Possono essere i lavoratori, le donne, gli studenti, i contadini, i pensionati, etc. Prese singolarmente le recriminazioni di una categoria di persone chiaramente appaiono come interessi particolari in quanto si contrappongono, ma non sempre (però spesso si cerca di evidenziare queste contrapposizioni anche quando non ci sono), con l’interesse generale di tutti. Purtroppo questo ragionamento rimane tale anche quando si mobilitano masse popolari consistenti a rivendicare i loro diritti e interessi. Sempre interessi particolari sono. Peccato che chi parla di interessi particolari non esplicita quali siano quelli generali a cui si contrapporrebbero. Gli interessi generali in realtà sono quelli delle élite economiche al potere. In poche parole gli interessi del grande capitale, una ben ristretta cerchia di persone. Provate a riflettere a fondo ogni volta che qualche politico al potere cerca di contrastare mobilitazioni di massa giustificando la propria azione con la motivazione che è indirizzata a sostenere gli interessi generali.
Esempi se ne potrebbero fare moltissimi. Scioperi e manifestazioni di massa contro l’innalzamento dell’età pensionabile, manifestazioni contro il precariato del lavoro, oppure contro la privatizzazione di scuola e sanità. Tutte mobilitazioni mosse a sostenere interessi particolari secondo chi sostiene questo sistema economico. Se poi si prova a scoprire quali siano gli interessi che stanno dietro a chi propone riforme che liberalizzano il mercato contro intere categorie di lavoratori o contro il popolo tutto, si scoprirà che coincidono sempre con quelli del grande capitale. Ovviamente chi si oppone a questa logica viene accusato di populismo, termine che meriterebbe una trattazione a parte.
Riforme, riformismo
Nella seconda metà dell’ottocento in seno al Partito Socialdemocratico Tedesco (il più grande partito marxista dell’epoca) nacque una corrente politica che si propose come alternativa a quella ortodossa rivoluzionaria. Questa corrente, detta riformista appunto e guidata da Eduard Bernstein, sosteneva un approccio alternativo per l’affermazione del socialismo. La strada che avrebbe portato all’emancipazione delle classi lavoratrici sarebbe passata da un riformismo gradualista all’interno delle istituzioni parlamentari. I sostenitori di questa corrente ritenevano che nel sistema capitalista si potessero modificare le condizioni economiche, acquisire nuovi diritti politici, attraverso la partecipazione dei militanti socialdemocratici nei parlamenti in maniera anche da aumentarne la democraticità. L’idea era che sarebbe stato più efficace ottenere dei risultati favorevoli alla classe dei proletari che i socialisti rappresentavano operando all’interno delle istituzioni borghesi senza provare a farlo con una rivoluzione.
Questa corrente si è contrapposta per decenni a quella ortodossa rivoluzionaria e ha ottenuto dei risultati di rilievo nel secondo dopoguerra, soprattutto in Europa occidentale. Solo per prendere ad esempio l’Italia, quegli anni hanno visto prendere forma lo Statuto dei lavoratori, il sistema sanitario nazionale, la scuola pubblica, oltre a un’innegabile miglioramento della condizione di vita delle classi popolari e una diminuzione della povertà.
Con l’affermarsi del capitalismo neoliberista, questo processo riformista si è arrestato. I partiti socialdemocratici hanno smesso di proporre politiche economiche alternative al capitalismo più ortodosso e, nel migliore dei casi, si sono limitati a difendere il difendibile, quando invece non hanno contribuito allo smantellamento delle conquiste ottenute con la dura lotta delle classi popolari nei decenni precedenti.
Ora la parola riforme e riformismo evoca tutt’altro rispetto alle intenzioni originarie. Ogni riforma proposta da chi detiene il potere quasi sempre va nella direzione dei sacrifici per le classi popolari, della privatizzazione dei servizi sociali, della riduzione dei diritti sociali. Tutto ciò in nome del ben comune, naturalmente. In realtà il bene comune è quello del libero esercizio del mercato, vero feticcio della nostra società contemporanea. Peccato che i sacrifici siano sempre a senso unico. Riforme o riformismo sono ormai sinonimo di affermazione del mercato sopra qualsiasi istanza sociale progressista.
Costi, investimenti
Ecco due parole che possono essere interpretate in maniera diversa in relazione all’ideologia e alla scala di valori conseguente. Per costi si intendono quelle spese che non hanno un ritorno economico, o che è minore della spesa sostenuta. Per investimenti, invece, si intendono quelle spese il cui ritorno economico supera i costi sostenuti. Naturalmente è un ragionamento che potrebbe essere fatto anche tenendo conto non solo di meri fattori economici. Purtroppo il capitalismo neoliberista, in cui il profitto è un fine e non un mezzo, non prevede interpretazioni diverse. Così le spese sociali sono considerate costi, mentre gli incentivi alla imprese o ai consumi investimenti, in quanto mettono in moto l’economia. L’idea che istruzione e salute, cioè avere una popolazione istruita e sana, possa essere considerato un investimento non sembra illuminare le menti dei politici. Vedi anche in maniere più approfondita cosa ho scritto su questo argomento in quest’articolo sulla Bottega delle Filosofie.
Risorse umane
Il nuovo modo per descrivere la parte umana di un contesto aziendale. Una volta c’era il personale, ora le persone sono viste secondo un’ottica reificante. Se parliamo di risorse, che differenza c’è tra un macchinario, uno strumento informatico e una persona? Se usiamo il termine risorsa vuol dire che diamo per scontato che l’umanità dell’individuo passa in secondo piano rispetto alla sua funzione produttiva. So che molti usano il termine risorse umane in buona fede e non con un’intenzione reificante, ma in fondo cosa vuol dire risorsa? Qualcosa che serve per ottenere qualcos’altro. Niente di più, niente di meno. Chiaramente siamo ben coscienti che le aziende non vivano di buone intenzioni sociali, ma per creare profitto, non c’è nulla di immorale in ciò. Ma se ricominciassimo a vedere prima le persone in quanto tali e poi considerarle risorse, sarebbe già un grande passo in avanti.
Meritocrazia
Su questo argomento ho già scritto un articolo in questo sito. Meritocrazia, nel contesto economico e sociale in cui viviamo, è uno dei concetti più vuoti che ci sia. Chi potrebbe dirsi contrario a creare le condizioni per cui siano i più meritevoli a emergere? Peccato che nessuno, o almeno non quelli al potere che sostengono la meritocrazia come un valore, si pongano il problema dell’estrema ingiustizia di questo sistema in cui non tutti hanno le stesse opportunità per emergere. Certamente ci sono delle eccezioni, cioè persone che partendo da condizioni di svantaggio riescono ad affermarsi anche rispetto a coloro che hanno avuto la strada spianata. Ma si tratta di una minoranza che rappresenta un’eccezione in un contesto in cui l’ascensore sociale verso l’alto si è praticamente bloccato. Altro limite di questa parola e del modo in cui viene usata, è il modello unico di affermazione individuale, che coincide con la scalata a posizioni di maggior potere politico e/o economico. Così che si parla di meritocrazia per chi anela a emergere in queste posizioni. Ma veramente tutte le persone aspirano a ciò? Difficile in questo modo far emergere i reali valori delle persone e farli coincidere con i meriti individuali.
